La prima finanziaria del governo Prodi è stata fatta "fuori misura"? Dopo la notizia che il fabbisogno statale è sceso dai 60 miliardi di euro del 2005 ai 35 del 2006, mi sembra una domanda inevitabile. Non voglio seguire le polemiche un po' sterili che hanno già caratterizzato i primi dibattiti politici del nuovo anno. Mi sembra abbastanza inutile stabilire quale dei due esecutivi del 2006 abbia avuto più meriti. Anche perché credo che il ruolo decisivo sia stato svolto da un terzo attore, tanto esaltato a parole quanto dimenticato nelle analisi dei politici. E questo protagonista è il mercato, nella sua accezione più ampia, ovvero l'economia mondiale che, dopo una crisi tra le più lunghe del dopoguerra, iniziata nel 2001, ha dato finalmente vigorosi segnali di ripresa. Tanto che il temuto shock petrolifero, con il prezzo del barile più che raddoppiato, non ha in pratica lasciato traccia, stupendo tutti gli analisti. L'economia italiana, e quella piemontese ancor di più, è decisamente "aperta", cioè legata all'andamento dell'import/export. L'aumento del gettito della tassazione d'impresa non è che il risultato finale di una produzione in crescita, di un trend positivo che abbiamo potuto rilevare anche per l'industria piemontese. Se si vuole dare un'interpretazione politica a questo fatto, si potrebbe dire che Berlusconi ha navigato controvento per quasi cinque anni, godendo solo di una brezza favorevole verso la fine del mandato. Prodi, invece, ha la ventura di partire con il vento dell'economia in poppa. Ma saprà far tesoro di questo elemento favorevole? Su questo tema si innesca il dibattito, cui accennavo in apertura, cioè se la finanziaria 2007 sia stata ben calibrata. Purtroppo il governo non ha dato l'impressione di tenere ben dritta la barra del timone. Nel luglio scorso ha presentato un documento di programmazione con propositivi vaghi, ma che non facevano intendere politiche fiscali così restrittive. A fine settembre ha varato la proposta di finanziaria che presentava un quadro molto più drammatico dei conti pubblici, una manovra che è via via gonfiata per superare i 35 miliardi di euro. Ora, con questi elementi finanziari oggettivamente favorevoli, è legittimo chiedersi se era proprio il caso di rastrellare risorse dai cittadini e dalle imprese, imponendo nuovi balzelli. Per il governo in termini di popolarità è stato sicuramente un cattivo affare. E in prospettiva per il Paese? La politica di Prodi e Padoa-Schioppa sembra improntata alle dottrine keynesiane più classiche, che suggerivano di iniettare risorse pubbliche durante i cicli calanti, per recuperarle tramite la tassazione quando l'economia ripartiva. Trovandosi ora in questa fase, il governo porta "fieno in cascina", per coprire un debito pubblico che è comunque ancora una voragine immane. A questa interpretazione se ne oppongono altre, che vedono nella riduzione del ruolo dello Stato nell'economia la chiave di volta del dinamismo e della crescita. Ciò significa privatizzazioni, per ora bloccate tranne la difficile e comunque in ritardo vendita di Alitalia, ma anche meno tasse. Se in Italia il pubblico si "beve" quasi la metà di quanto viene prodotto, cittadini e imprese si devono dividere il resto: si esercita una sorta di "manomorta" su metà dell'economia, sottratta alle leggi del merito, dell'efficienza, della redditività. In questo quadro, aumentare le tasse su una ripresa che, per quanto vigorosa non sembra ancora consolidata - anzi, alcuni parlano di rallentamento già nei prossimi mesi - può essere un colpo di freno controproducente. Tanto più che la leva fiscale, dopo l'introduzione dell'euro e l'apertura di mercati non solo europei ma mondiali, è l'ultimo strumento che resta allo Stato per incidere sull'economia. Una influenza che si esercita anche sulle aspettative della gente, ed è stato questo a mio avviso il più grave errore del governo: non tener conto che il timore dell'aumento delle tasse ha effetti preventivi di compressione dei consumi, tali da invertire il ciclo di crescita. E gli annunci di riforma pensionistica fanno il resto, creando un cortocircuito tra timori per il futuro e sfiducia, e portando a far avverare ciò che si era paventato! |