Con la ormai più che probabile emergenza siccità alle porte, le incertezze del governo non consentono di applicare leggi e procedure che già ci sono, e che nel 2003 permisero di far fronte in modo adeguato alla carenza idrica. Le liti e i distinguo tra i ministri Pecoraro Scanio e De Castro costringono Prodi all'attendismo. Analogo atteggiamento viene peraltro tenuto dalla Giunta Bresso. In Italia non siamo all'anno zero, anzi a mio avviso è presente un quadro legislativo e amministrativo adeguato, ma il nuovo governo con atteggiamento pregiudiziale verso le iniziative del precedente esecutivo, ha congelato la riforma ambientale. Per cui oggi vi sono le strutture, gli enti e le competenze, ma c'è molta incertezza su chi debba fare cosa. Ad esempio, non è ben chiaro quali siano le intenzioni rispetto alle autorità di bacino che hanno in Italia una presenza consolidata. Al massimo si potrà prevederne il cambiamento di nome, in autorità di distretto idrografico, come prevede una direttiva europea, ma il ruolo è già ben definito dalla legge. Occorre solamente dargli operatività. Oltre al ruolo delle autorità di bacino, occorre chiarire, a cascata, le responsabilità dell'Aipo, delle Regioni e delle Province, che gestiscono funzioni delegate sia da leggi statali che da leggi regionali. Insomma, esiste tutta una rete di competenze che deve potersi esprimere. Ad esempio, il cosiddetto Pai, piano per l'assetto idrogeologico, è stato redatto ma deve essere gestito. Le Regioni, poi, hanno in mano lo strumento dei paini di sviluppo rurale, attraverso i quali indirizzare risorse comunitarie per sostenere l'attivazione di tecniche di irrigazione che richiedono meno acqua. Invece, la Regione ha atteso che fosse limitata la navigazione sul Po a Torino per accorgersi della crisi idrica incipiente, quando da mesi in tutto il Piemonte si soffre della carenza d'acqua". Ora l'assessore all'Ambiente arriva a dichiarare in modo perentorio che "non dovremo aspettare l'inizio dell'estate per lanciare l'allarme siccità". Parole ben diverse da quelle pronunciate solo poche settimane fa, quando la Giunta era tutta tesa a rassicurare che non ci sarebbe stato alcun razionamento, mentre oggi si invoca l'intervento della Protezione civile. Ancora a metà marzo la Giunta escludeva ogni rischio di razionamento dell'acqua potabile e la presidente Bresso citava le falde idriche piene. Da allora sono passati quaranta giorni e la situazione è rapidamente peggiorata, come era prevedibile pensando al grave deficit di precipitazioni nevose invernali. Ma non mi risulta che la Giunta abbia avviato alcuna misura volta a prevenire la crisi idrica che ormai si prefigura. Temo che questo immobilismo impedirà di mettere in campo quel coordinamento che sarebbe necessario, e che ha già funzionato per la crisi del 2003. Occorre dare atto alla Protezione Civile di aver saputo in quell'occasione gestire in modo efficace l'emergenza. Si deve dunque fare tesoro di questa esperienza, coinvolgendo sì tutti gli attori sociali, ma in un quadro di responsabilità ben chiare. Oggi la situazione sembra addirittura più grave, ma le istituzioni pubbliche non riescono ad andare oltre la denuncia. Dopo l'approvazione del Piano per la tutela delle acque è necessario passare rapidamente alla fase operativa, dando corso a quei provvedimenti che nella programmazione voluta dalla Giunta Bresso sono stati sfumati, rispetto alle previsioni della precedente Giunta. Mi riferisco, in particolare, alle scelte per la realizzazione degli invasi che, mediante l'accumulo di risorse idriche, potrebbero offrire una garanzia contro il rischio siccità. |